Dan Peterson: Il mio credo cestistico – La passione

La passione per “lavoro” è la componente fondamentale per un allenatore: Questo vale per chi guadagna molti soldi, ma vale anche per chi “lavora per un caffè”, al livello più basso della pallacanestro. Anzi, chi lavora per molti soldi ha già uno stimolo, mentre chi lavora gratis lo fa per “amore”.
Quando questo elemento manca ad un allenatore che cosa rimane? Rimane un impiegato che arriva alle 3.59 per l’allenamento delle 4.00 e va via alle 6.01, un minuto dopo la chiusura dell’allenamento. Cioè abbiamo un “coach” che fa il minimo indispensabile per sopravvivere.
Ma anche l’impiegato ad orario deve, alla fine, chiedersi perché lo fa. Lo fa per passione o per mettere una pietra sopra l’altra, con l’unico scopo di arrivare, un giorno, ad essere il capo ufficio? Questo è grave, forse fatale, per un allenatore. La promozione verrà naturalmente, ma non con una simile “programmazione”.
Soprattutto se chi lavora coi giovani, dal minibasket agli allievi, non dà il meglio di sé, per passione, impartisce una lezione negativa ai suoi ragazzi. Lo sport è un’opportunità fondamentale per esprimersi, per realizzarsi. In entrambi, però, deve esserci passione. Tra l’altro, l’allenatore che non evidenzia “passione”, sarà subito smascherato dai suoi ragazzi.
E anche i bambini di otto anni intuiscono subito se l’allenatore non insegna con passione.
Anzi, tutti i bambini possiedono un “sesto senso” per cose del genere che è davvero infallibile! Non è possibile ingannarli, imbrogliarli!
L’appassionato di pallacanestro vive il basket. Anche se ciò non vuol dire, necessariamente, che egli debba sacrificare la sua vita – scuola, lavoro, famiglia – per lo sport. Se lo facesse, sarebbe una mostruosità. Ma “vivere il basket”, vuol dire che egli “respira” la pallacanestro. Vuol dire che quando si avvicina al basket, egli si butta con tutte le sue forze.
Infatti il vero “ammalato” di basket non ne ha mai abbastanza. Egli è innamorato dello sport, del basket in particolare. È una malattia incurabile per chi ne è veramente afflitto, spesso contagiata dal microbo dei “due punti”, dal fare  canestro.

Questo “paziente” va controllato sempre, perché non deve esagerare. E ogni tanto ha bisogno di riposarsi.
Questo uomo “ammalalo” vive il basket, anche quando è fuori dalla palestra. Vede, legge, assiste a varie partite, frequenta i corsi di aggiornamento, fa di tutto per informarsi. Tutto questo si definisce “passione”. Forse è come l’uomo innamorato che ha perso la testa per questa “bella ragazza”. Perché vive del basket’ perché è importante per lui fare due cose: aggiornarsi ed allargare il suo mondo.

Giova allenatore di minibasket andare a vedere una partita di serie A1? Forse non impara niente da usare coi suoi ragazzi, ma conosce gente, vede basket, respira aria “cestistica”.
Poi, la passione ha una funzione. Chi è appassionato è anche “animatore”. E la prima responsabilità di un coach di una squadra giovanile è proprio quella: dare “anima” ai vari ragazzi che vengono ad allenarsi. Essi non vengono solo per imparare a giocare a pallacanestro. Essi vengono anche per altro.
Allora torniamo all’”impiegato”, nel senso usato prima. Come può animare se lui non ce l’ha l’”anima” dentro di sé? Infatti, non può. Ed è proprio su questo piano che l’allenatore deve colpire i suoi allievi per prima cosa. Dopo, magari, dovrà sapere anche impartire le lezioni di tecnica cestistica.
Dare vita a un corpo non è possibile se uno prima non dà vita a se stesso. Siccome non è possibile, per una semplice questione di tempo, animare ogni ragazzo singolarmente, il coach deve farlo con il suo “esempio”, il suo entusiasmo. I ragazzi vogliono e credono alla figura dell’animatore prima di qualsiasi altra cosa.
Inoltre, occorre ricordare che il basket è uno sport diverso dagli altri sport di squadra, diversissimo poi dagli sport individuali. Nella pallacanestro non c’è solo tecnica. C’è il collettivo. Si hj più senza palla che con la palla. C’è l’agonismo. Ci sono altri fattori che sono peculiari del nostro sport. Ma l’allenatore non si caratterizza, senza lo “spirito” che nasce dalla passione.
Infatti, la tecnica del basket è direttamente legata all’agonismo. Forse la cosa più difficile per un allenatore è insegnare ad un giocatore, da minibasket alla Serie A, di unire il gioco tecnico a quello fisco. Cioè “cucire” il gioco, il movimento collettivo a quello agonistico. Ci vuole appunto la componente “passione”.
La passione è contagiosa. Ricordo che la vera “febbre” di basket mi ha colpito per questa ragione. Quando cominciai ad allenare la mia squadra nella YMCA, lo facevo perché volevo rimanere vicino alla pallacanestro, non necessariamente per fare carriera o vita di allenatore. Ma certi fattori mi hanno cambiato.
La mia squadra – quella della Lincoln School – era fatta di ragazzi appassionati di basket. Non ne avevamo mai abbastanza. Nell’estate giocavano sotto le luci della strada, il canestro era appena visibile. Più davo loro, più loro volevano da me. Infatti, per tenere il passo con loro, cominciavo a d “aggiornarmi”.
Andavo da Jack Burmaster, coach della scuola superiore. Parlavo con lui, discutevo degli esercizi, mi dava riviste, libri. Ho letto molta letteratura di basket, ho ascoltato i consigli.
Poi, c’è stato il duello fra me e la mia squadra, per vedere se loro potevano imparare più velocemente di quanto io potessi aggiornarmi. La passione, ecco.
Il bello era che non avevo nessuno scopo. Non volevo arrivare diventare capo ufficio. Io volevo dare, non investire, anche se dopo, molto dopo, è stato un grande investimento.
Poi, come ogni vero amore, ho notato che più davo, più ricevevo in cambio. Infatti il profitto era mio.
La passione è la benzina dell’allenatore. Certo si può esaurire questa benzina durante il viaggio. Ma, all’inizio, ogni serbatoio è pieno. Non c’è nessun motivo per non avere questo rifornimento. Non c’è nessun motivo per non usarlo.

Così il viaggio è più bello.

Dan Peterson

(dal sito della Federazione Italiana Pallacanestro)

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